Il sinodo dei giovani - parte 2

5.11.2018

 

 

Dopo aver visto la prima parte del documento finale del sinodo, consistente in una sorta di lettura della realtà giovanile e delle situazioni con cui i giovani si misurano, siamo arrivati alla seconda parte. Nel brano biblico scelto come metafora di questo sinodo Gesù rilegge le Scritture per dare una chiave di lettura che possa portare all’incontro con lui: allo stesso modo questa seconda parte ruota attorno al verbo «interpretare» per fornire alcune coordinate alla luce delle quali considerare l’evento sinodale. Come in precedenza non faremo una lettura corsiva dei numerosi paragrafi: individueremo alcuni punti di interesse a mio avviso particolarmente importanti.

 

 

Il punto di partenza è costituito da una lettura teologica della realtà: si traccia un parallelismo tra la dinamicità dei giovani e la dinamicità dello Spirito. Il brano di Vangelo di Gv 20 è efficace nel descrivere questa carica giovanile: dopo l’annuncio della tomba vuota il giovane discepolo amato e Pietro corrono verso il sepolcro. Il primo è più veloce e precede il secondo, «appesantito dall’età»: in questa immagine i padri sinodali vedono la situazione del mondo giovanile che spesso corre avanti alla chiesa. E tuttavia il giovane discepolo è capace di frenare la sua irruenza e di aspettare Pietro prima di entrare nella tomba. Questa è l’età dell’entusiasmo e di una sana inquietudine che chiede di essere ascoltata e accolta: nel momento in cui i giovani scoprono il dono e la responsabilità della libertà devono decidere che cosa fare della propria vita. Si chiedono non tanto «chi sono io» ma «per chi sono io». È l’età delle scelte di vita, nelle quali ci si gioca completamente: non devono essere lasciati soli, sia da un punto di vista ecclesiale che da un punto di vista sociale. Questo ascolto è stato particolarmente presente nello svolgimento del sinodo: non si è trattato di una discussione interna riservata ai vescovi, ma parecchi giovani hanno partecipato ai vari gruppi di lavoro e hanno portato la loro esperienza, le loro attese e le loro richieste. Non sono un esperto di documenti sinodali o ecclesiali, ma mi sembra che questo sia il primo caso nel quale entra in gioco una riflessione piuttosto seria che non si limita a fare un’analisi generica delle situazioni per ripetere un contenuto già posseduto in precedenza. Parlando proprio della libertà dei giovani, ad esempio, questo sinodo ha colto sul serio le provocazioni del mondo giovanile: nel dire che passioni, emozioni e affetti orientano all’incontro con l’altro i padri sinodali non hanno dato una lettura negativa di questi sentimenti umani, bensì li hanno considerati come il punto di partenza obbligato per comprendere il fenomeno. In teologia, soprattutto nella teologia morale, c’è sempre stata una sorta di diffidenza verso il mondo delle emozioni: erano viste come qualcosa da tenere sotto controllo perché potenzialmente liberatrici degli impulsi umani. L’uomo moralmente retto non agisce sotto l’impulso delle passioni e dei sentimenti. Questo preconcetto sta piano piano iniziando a cadere: le passioni e gli affetti istruiscono l’uomo e non è possibile pensare a una vita priva di emozioni. Non è possibile pensare a un impegno etico nel mondo senza passioni. Di conseguenza queste non sono qualcosa da soffocare perché anti-umane: sono da prendere in considerazione per chiederci che cosa vogliono dire. Parlando con un giovane non si possono bollare emozioni e sentimenti come qualcosa di negativo e allo stesso tempo porsi come qualcuno in grado di offrire la “verità” della sua esistenza: si perde già in partenza. La libertà (le scelte) di un giovane ha come motore proprio le emozioni. La sfida sta nel mostrare come in questo gioco di libertà, relazioni e affetti anche la fede ha un suo posto specifico: non è un’aggiunta ma è il presupposto e il compimento di questa libertà. Ogni vita, prosegue il documento, è vocazione: questa vocazione va intesa in modo dinamico, dialogico. La realizzazione umana e il progetto che Dio ha per ciascuno di noi vanno di pari passo: la vocazione dell’uomo è il partecipare a questo dialogo con Dio.

 

Questa seconda parte prosegue trattando della figura dell’accompagnatore, del discernimento e della coscienza. Per adesso ci fermiamo qui: abbiamo continuato a percorrere insieme il filo conduttore dell’ascolto. Vedremo se sarà presente anche nella terza e ultima parte del documento e perché questo atteggiamento è particolarmente importante…

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