Il sinodo dei giovani - parte 1

29.10.2018

È da molto tempo che, a livello di chiesa, si parla di questo sinodo dei giovani. Sabato scorso si è finalmente registrata la conclusione di un percorso iniziato anni fa e il sinodo ha presentato il suo documento finale. Proveremo non tanto a leggerlo insieme (è disponibile a questo link), quanto piuttosto ad esaminare sinteticamente quei punti di interesse che permettono di dare una chiave di lettura del documento, delle sue modalità di stesura e alla situazione attuale che intercorre tra la chiesa e i giovani.

Il documento si compone di 167 paragrafi divisi in tre parti e l’icona di questo scritto è il brano dei discepoli di Emmaus, una vera e propria perla del Vangelo di Luca. Nella dinamica Gesù-discepoli i padri sinodali individuano tre verbi che riassumono l’episodio: riconoscere (Gesù aiuta i due a riconoscere ciò che sta accadendo), interpretare (Gesù rilegge le Scritture alla luce della sua storia e viceversa) e scegliere (i discepoli decidono di tornare indietro per portare l’annuncio della resurrezione). Questi tre verbi diventano le tre coordinate alla luce delle quali si struttura l’evento sinodale. In questa prima parte vedremo, per l’appunto, il «riconoscere».

 

Prima di iniziare vorrei fare una premessa doverosa. In questi giorni sto leggendo diverse reazioni, anche di “addetti ai lavori” piuttosto quotati e ben titolati, secondo i quali questo evento sinodale ha prodotto un testo finale ben al di sotto delle aspettative: molte cose scritte sarebbero piuttosto banali o già conosciute da chi ha un po’ di dimestichezza con il mondo giovanile. Il punto però è un altro: il sinodo è un evento della chiesa, è una modalità con cui la chiesa realizza se stessa e attua una delle sue dimensioni costitutive. Il fatto che si sia celebrato un sinodo per i giovani con dei giovani invitati a parlare vuol dire moltissimo: il documento finale registra semplicemente lo svolgimento di un evento che può diventare motore di una rinnovata sensibilità. I giovani non sono soltanto oggetti delle cure e delle attenzioni pastorali della chiesa, ma sono parte della chiesa stessa: è per questo motivo che – a mio avviso – il sinodo appena conclusosi rappresenta una sorta di spartiacque. È una riscoperta di una dimensione della chiesa (quella sinodale) ed è anche la riscoperta che i giovani appartengono alla chiesa: non sono solamente dei vasi da riempire, da catechizzare e talvolta da usare per le iniziative parrocchiali. In questo cambio di prospettiva e in questa rinnovata sensibilità c’è un cambio di paradigma che rende questo sinodo un’occasione di ascolto del popolo di Dio e non solamente un organo decisionale.

 

 

Tornando al documento, la prima parte consiste in un’analisi della realtà giovanile (il «riconoscere»). È un elenco abbastanza descrittivo nel quale ci si interroga sul ritratto di questi giovani dai 16 ai 29 anni; da questo vorrei prendere solo un paio di punti che vedo particolarmente attinenti con la nostra parrocchia.

In primo luogo, i padri sinodali registrano un dato di fatto: la parrocchia (e l’oratorio) non costituiscono più un’attrattiva o un punto di incontro privilegiato se vengono paragonati ad altri luoghi. Mi ricordo di essere rimasto abbastanza perplesso nel vedere come di domenica i centri commerciali siano pieni di famiglie e come si facciano feste di compleanno per bambini tra i tavoli di un fast food: sono le nuove piazze, i nuovi punti di incontro con un’offerta credibile e allettante per le giovani coppie. È una cosa emersa anche dai primi incontri della nostra equipe educativa: l’oratorio non ha (più?) quella carica attrattiva per quei giovani che magari preferiscono trovarsi in altri luoghi.

In secondo luogo, si registra – finalmente! – la necessità di ripensare la catechesi dell’iniziazione cristiana: deve essere giocata sul vissuto di fede di una comunità generativa e non deve essere un corso di istruzione religiosa. Come ha detto più volte papa Francesco, il cristianesimo non è una teoria o un’idea, bensì un incontro con una persona dal quale nasce la gioia di vivere. È l’evangelii gaudium, è l’amoris laetitia. Penso che questo sia un discorso piuttosto urgente che merita una riflessione a livello comunitario: come mai i ragazzi abbandonano i percorsi di catechesi appena ne hanno l’occasione? Forse perché non riusciamo a trasmettere questa gioia…

In terza battuta, sono rimasto piacevolmente sorpreso nell’aver trovato uno spazio dedicato al digitale e a internet. È assolutamente normale parlare di internet per dei giovani: è un mondo che interessa anche a me e cerco di stare al passo con questa corsa frenetica verso l’innovazione. Il fatto che un gruppo di vescovi si sia posto il problema e si sia fatto spiegare dai giovani cos’è il dark web, i social, il ruolo dell’immagine e delle emozioni nei post di Instagram è qualcosa di non scontato e a tratti sconvolgente. È un avere preso a cuore il problema, è un rinunciare alla frase “ah sì internet, quella cosa lì… ma non ci

capisco niente, la lascio a voi che siete giovani”. Per questi motivi le premesse mi paiono decisamente buone: non si è fatta un’analisi generica dello scenario ripetendo luoghi comuni e frasi fatte, ma si è chiesto ai giovani di parlare di loro stessi per poi lavorare insieme, per farsi compagni di viaggio. Gli esempi sono concreti e registrano questo ascolto.

Appuntamento a settimana prossima per la seconda parte…

 

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