Nessun uomo è un'isola

21.10.2017

 

Il 20 e il 21 ottobre a Roma si è tenuto un convegno, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, sul tema «catechesi e disabilità». L’argomento è particolarmente rilevante all’interno della nostra comunità (tanto che l’anno scorso una catechista è andata in avanscoperta partecipando a un incontro formativo su questa tematica): negli ultimi anni le famiglie con figli in difficoltà si stanno aprendo sempre di più nei confronti della parrocchia e dell’oratorio chiedendo quasi timorosamente se fosse possibile frequentare la catechesi. Probabilmente pesa in tutto questo la consapevolezza che il proprio figlio sia “diverso” dagli altri, con diverse difficoltà e quindi svantaggiato nell’iniziare un percorso che – spiace dirlo – è visto come qualcosa riservato ai “perfetti”; probabilmente si fa anche un immediato confronto con l’ambiente scolastico, fatto di percorsi personalizzati e di insegnanti di sostegno. Da qui le domande ricorrenti: la catechesi è alla portata di mio figlio? L’oratorio può/riesce a farsi carico di una situazione particolare all’interno di questi percorsi strutturati?

 

La risposta è ovviamente sì, principalmente per un motivo. Alla base di questo sta il fatto che i sacramenti non sono delle realtà concettuali, unicamente comprensibili attraverso un percorso intellettuale. I sacramenti sono per prima cosa celebrazioni della chiesa, e questa considerazione apre una prospettiva estremamente interessante e ancora poco esplorata. 

 

Celebrazioni, innanzitutto: entrando in chiesa durante una funzione domenicale entriamo in un mondo fatto di tempi, spazi, suoni e canti, colori, gesti, odori, luci… sarebbe sbagliato ridurre tutto questo alla sola dimensione cognitiva. Anche perché, da questo punto di vista, quanti di noi hanno ben chiaro in mente «che cos’è» l’eucaristia, tanto per restare in tema? Se il criterio dev’essere quello della conoscenza e della competenza in materia ho idea che ben pochi di noi possano sperare di passare l’esame. La catechesi è un percorso che prepara a vivere la celebrazione dei sacramenti: sicuramente bisogna avere consapevolezza, ma questa va giocata sul registro della partecipazione e non su quello della conoscenza. Il mondo della celebrazione interseca i cinque sensi della persona umana e soprattutto dei bambini: la vista (pensiamo alle decorazioni, alle immagini, alle vesti colorate dei celebranti), l’udito (le letture, i canti), il tatto (il segno della pace, la cera delle candele, la curiosità nello sfogliare il libro dei canti), l’odorato (l’incenso, “l’odore di chiesa”) e il gusto (dopotutto, cos’è l’eucaristia?). È un’esperienza a tutto tondo e sarebbe estremamente limitante ridurla al solo aspetto cognitivo. Anche i discepoli di Gesù fecero un’esperienza di questo genere, al punto che l’autore della prima lettera di Giovanni scrisse «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita […], quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1-3).

 

E qui arriviamo al secondo punto. Fanno riferimento alla realtà umana nel suo complesso perché sono celebrazioni della chiesa: non si celebra un rito disincarnato, freddo, asettico e distante, ma la comunità cristiana celebra la sua salvezza e il suo legame con Dio. Questi riti sono il punto d’incontro tra la libertà dell’uomo e la libertà di Dio: non si può pensare che questo “gioco” si risolva nel saputo. Va giocato con chi è presente, perché è nel momento stesso del suo effettuarsi che raggiunge il suo obiettivo. Se dunque sono celebrazioni della chiesa, è possibile trascurare i disabili e più in generale tutte quelle persone che a nostro giudizio non sono in grado di “capire” la realtà in gioco? Se lasciate fuori, vorrebbe dire che queste persone non appartengono alla chiesa. Ma nessun uomo è un’isola: ognuno di noi è inserito in una rete di relazioni che lo sostiene e che lo forma. E queste relazioni si giocano nella vita di tutti i giorni, anche nell’ambito della chiesa e dei percorsi di fede. La catechesi non fa differenza: è un percorso che ha a che fare con la persona nel suo complesso, non con un suo aspetto particolare dove si può essere più o meno avvantaggiati. 

 

 

Ridurre i sacramenti a qualcosa che si può fare solo se si ha coscienza è sintomo di un’arroganza umana che si sente capace di padroneggiare completamente il dono gratuito di Dio. Oltre che essere puntualmente smentito dai fatti: al momento del battesimo non si può dire che il bambino sia cosciente di quello che gli sta succedendo, così come può capitare nel momento dell’estrema unzione e del viatico. E allora, se l’inizio e la fine della nostra esistenza cristiana sono posti sotto il segno di qualcosa di più grande, non può esserlo anche ciò che sta nel mezzo?

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