Un cuore che ascolta

11.10.2017

È questo il titolo della lettera pastorale che il vescovo Francesco indirizza a tutta la comunità bergamasca sull'onda del sinodo dei giovani. È una lettera breve e facile da leggersi e quindi mi sembra abbastanza inutile farne un riassunto; mi interessano di più le motivazioni che stanno alla base della scelta di indire un sinodo per i giovani. Vedremo più avanti cosa si intende con i termini «sinodo» e «sinodalità», come sono stati intesi nella storia della chiesa fino al Vaticano II, con Paolo VI e quali sono le particolarità nell'uso che ne fa papa Francesco; vedremo insieme il documento preparatorio di questo sinodo e seguiremo passo passo il suo svolgersi. Perché, quindi, un sinodo per i giovani tra i venti e i trent'anni?

 

Per come lo intende papa Francesco, il sinodo è innanzitutto un cammino di ascolto di tutta la chiesa. Dedicare un sinodo ai giovani significa ascoltarli e farsi loro compagni di viaggio, senza porsi nei loro confronti come maestri che hanno solo qualcosa da insegnare.

Nella prima parte della lettera il vescovo Francesco riporta alcune risposte alla domanda che spesso abbiamo sentito anche noi: «come mai tra i giovani e la fede c’è questo distacco così grande?». Si risponde che prima o poi ritorneranno, oppure che è la secolarizzazione, oppure la scelta di costruirsi un “Dio a modo mio”… Per quello che mi è capitato di vedere posso affermare con una certa sicurezza che il problema non è la fede in sé (tant'è che nelle risposte riportate non si parla di questo), bensì il modo in cui questa fede viene presentata alle giovani generazioni. Non si fa fatica a credere, ma si fa fatica a credere in questo modo. Penso che questa sia la provocazione che percorre tutta la lettera, mai esplicitamente riportata ma sempre presente. I giovani vedono il mondo della chiesa come un mondo troppo distante dalla loro realtà, fatto di precetti e di regole apparentemente senza senso. Troppe volte, notava già Francesco nell'Evangelii gaudium e nell'Amoris laetitia, si fa coincidere l’annuncio del vangelo con una serie di regole morali: queste dovrebbero rappresentare il punto di arrivo per una persona già inserita in quella determinata realtà, perché il primo annuncio deve essere quello che deriva dalla gioia del vangelo. E allora, se da credenti diciamo che c’è gioia nel vivere secondo il vangelo, è possibile che questa gioia sia altra cosa rispetto a quella – umana! – che vivono i giovani nella loro vita di tutti i giorni? Se diciamo che una dimensione fondamentale dell’essere chiesa è la relazione e la condivisione, è possibile che anche queste siano altro rispetto alle relazioni che nascono proprio in quella fase della vita e altra cosa rispetto alla generosità che caratterizza i giovani? Se diciamo (magari un po’ superficialmente) che in Gesù troviamo “le risposte” che cerchiamo, siamo davvero sicuri che queste siano così diverse rispetto a quelle cercate dai ventenni e dai trentenni? E l’elenco potrebbe continuare.

 

Alla base di tutto questo c’è sempre la vecchia tentazione del vedere la fede come separata dalla vita di tutti i giorni. E non perché sia qualcosa di negativo, anzi! La fede sarebbe quel “di più” – che qualcuno ha e qualcun altro no – in grado di trasfigurare la quotidianità. Il rischio, però, è quello di rendere questa fede un accessorio: bellissimo, ma pur sempre un accessorio. Il credente vive felice perché si è dato quelle risposte, ma io, non credente, me ne sono date altre e vivo felice lo stesso.

Il punto è che la fede è una parte integrante della nostra vita e parla il linguaggio universale dell’umano: per questo è accessibile a tutti. Quando si dice che la fede è un dono non si vuole dire che a qualcuno è stata donata e a qualcun altro no: si vuole dire che è gratuita, che non bisogna diventare qualcun altro rispetto a ciò che si è per poterla accogliere. Va riconosciuta nella vita di tutti i giorni. Anche Gesù, quando parlava in parabole, usava immagini e situazioni del quotidiano per parlare di Dio: una monetina, un po’ di lievito, una pecorella, il rapporto tra padri e figli… cose ben conosciute. La relazione con Dio passa attraverso il quotidiano. Per questo il primo compito del sinodo è quello di ascoltare i giovani, e non dare delle risposte preconfezionate. Forse ci potremo accorgere che le loro domande sono state (o sono) anche le nostre domande…

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