1517-2017: cinque secoli dopo

29.10.2016

 

Chi scorre rapidamente i siti internet di informazione religiosa e chi in generale si tiene aggiornato saprà sicuramente che quest’anno cadono i cinquecento anni dalla Riforma di Martin Lutero. Tra pochi giorni anche il Papa volerà in Svezia per essere presente in occasione di questo anniversario così importante per molti cristiani: si può così tranquillamente parlare di interesse da parte cattolica, dal momento che anche a livello diocesano si sono organizzate molte iniziative per l’anno che sta per venire (1). Ma perché si fa tutto questo? È veramente necessario? E come è giustificato questo modo di fare ecumenico, anche da un punto di vista teologico, se le comunità protestanti non sono nemmeno riconosciute come «chiese»?
Per motivi di spazio non è qui possibile svolgere una ricostruzione integrale delle vicende che hanno portato alla nascita della Riforma; non è possibile nemmeno esplorare il pensiero di Lutero, soffermarci sulle sue intuizioni e sui suoi nodi critici, e non è nemmeno possibile passare in rassegna ciò che cinquecento anni di storia hanno prodotto all’interno della variegata galassia protestante (2). Cercheremo solo di mostrare come mai la questione ecumenica, che in occasione di questo anniversario vive un momento di particolare attenzione, non possa essere ignorata da qualunque cristiano, sia esso cattolico, ortodosso o riformato.

Innanzitutto, un punto di partenza che può sembrare banale. Per i cristiani vengono prima le persone e non le etichette. Nel catalogare chi mi sta di fronte come cattolico, ortodosso, luterano, valdese, pentecostale, metodista o altro ci si riduce a fare il gioco delle parti. È cattolico chi sostiene determinate idee a differenza di chi, ad esempio, è luterano. E viceversa, perché nell’approcciarsi in modo confessionale a chi mi sta di fronte pongo davanti il mio pensiero che dovrà misurarsi con un pensiero simile ma non uguale… col risultato, già sperimentato più volte, che il discorso può ridursi a un rimbalzo reciproco di dati. Se invece riconosco in chi mi sta di fronte una persona posso sperare di intavolare davvero un dialogo. È la premessa ovvia ma necessaria per evitare di decidere tutto nelle etichette.

 

In secondo luogo, l’argomento teologico. È un ostacolo al dialogo? Se visto come sopra costituisce sicuramente un ostacolo insormontabile. Prendendo come esempio il solito luterano, possiamo cominciare a discutere della comprensione del sacramento dell’eucaristia e arenarci già sulla parola «sacramento». Ma le differenze non finiscono qui, perché il cattolico sosterrà la transustanziazione mentre il luterano la communicatio idiomatum… sarebbe solo un aspetto di questo sacramento e probabilmente nemmeno quello più rilevante.
Ma la teologia è veramente questa? Non è piuttosto lo strutturare in chiave universalmente accessibile un’esperienza di fede? Se io prescindo dalla fede posso solo provare a elaborare un insieme di concetti e contenuti a sfondo teologico cercando di far sì che si incastrino alla perfezione e non si contraddicano, ma questa non è teologia. Può essere vista come una teo-filosofia, ma non come una teologia propriamente detta. Partendo dalla mia esperienza di fede, invece, riconosco che anche la persona che mi sta di fronte crede in un Dio Trinità ed è stata battezzata in un battesimo non diverso dal mio. Se il punto di partenza è una fede che alla base è condivisa, è necessario (anche dal punto di vista teologico!) che la frattura si ricomponga. Il richiamo all’unità percorre le pagine del vangelo: se si è di Cristo è un peccato (da un punto di vista reale) essere divisi. Ci sono differenze innegabili più o meno profonde che andranno risolte – e non con un’accomodazione che cerchi una sorta di punto medio prendendo un po’ di qui e un po’ di là –, ma questo sarà possibile solo riconoscendo di avere in comune la cosa più importante. Si tratta di un percorso pratico dal quale deve scaturire la riflessione e non viceversa.

 

L’ecumenismo cattolico-protestante non può giocarsi esclusivamente sul piano concettuale perché i concetti nascono in seguito a un’esperienza di fede. Si potrà parlare di esperienze diverse e non per forza auto-legittimantesi, ma ciò che obbliga al dialogo è la constatazione che a partire da un presupposto uguale per tutti (la fede nel medesimo Dio) si giunga a conclusioni diverse. Questo non può essere ignorato se da cristiani ci sta a cuore l’unità. Unità che l’evangelista Giovanni mette in bocca a Gesù come preghiera in un contesto così importante come quello dell’ultima cena. Solo rimettendo al centro il vangelo si possono fare dei passi in avanti anche dal punto di vista teologico: le dichiarazioni congiunte cattoliche-luterane del 1999 e del 2013 sono lì a dimostrarlo. Quello che noi possiamo – e dobbiamo – fare è vedere nel solito luterano eletto come interlocutore di questo articolo un cristiano che crede nel mio stesso Dio. Il resto è da giocarsi insieme.

 

1)  http://www.diocesibg.it/home_page/curia/00003870_Iniziative_ecumeniche_per_l_Anno_Pastorale_2016/2017.html
2)  Per chi avesse voglia – e soprattutto tempo – di approfondire l’argomento, la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano erogherà nella seconda parte dell’anno un corso interdisciplinare aperto a tutti dal titolo «Martin Lutero e la Riforma: interpretazione storica e significato teologico». Ulteriori informazioni su http://www.teologiamilano.it/pls/teologiamilano/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=1207&rifi=guest&rifp=guest
 

Please reload

Articoli Importanti

Il sinodo dei giovani - parte 2

5.11.2018

1/7
Please reload

Ultimi Articoli
Please reload

Archivio
Please reload

Ricerca per Tag