E Dio in tutto questo?

27.1.2016

A metà del XVII secolo, a Shamgorod, un villaggio dell’Europa orientale, tre attori girovaghi ebrei entrano in una locanda facendo baldoria. È la festa dei Purim, in occasione della quale tutti si mettono in maschera e interpretano personaggi folli, danzando e organizzando rappresentazioni teatrali. Anche loro non sono da meno e in un modo divertente e chiassoso cercano di far divertire Berish, l’irascibile oste. Ma se il taverniere non vuole scherzare è per un motivo ben preciso: in una locanda tetra come il proprietario emerge una verità sconvolgente. Shamgorod è stato il primo villaggio dove tutti gli ebrei sono stati annientati dai cosacchi. Non ci sono ebrei per cui recitare e non ci sono famiglie da divertire: Berish è l’unico sopravvissuto ed esige che la rappresentazione teatrale sia inscenata lo stesso, ma con un’unica condizione: dev’essere un processo contro Dio.

 

È così che si apre Il processo di Shamgorod, un’opera teatrale in tre atti scritta da Elie Wiesel nel 1979. È una piccola perla: chi meglio di lui può porre l’interrogativo più lacerante di fronte al problema del male? E Dio in tutto questo, taverniere? Come non leggere in questa domanda, ripetuta molte volte all’interno dell’opera, la domanda dell’autore deportato ad Auschwitz e sopravvissuto? Dov’è Dio? Non può non venire in mente il famoso brano de La notte, dove Wiesel, assistendo all’impiccagione di un bambino, si dà una risposta diventata famosa:

 

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. – Viva la libertà! – gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. – Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava. – Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. – Copritevi! – Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio? – E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca... – Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

 

Nella locanda tutti sono pronti ad accusare Dio, ma chi lo difenderà? Basta leggere la rabbiosa reazione del taverniere per avere una risposta:

 

L’avvocato non c’è, e allora? Di chi è la colpa? I suoi difensori li ha uccisi. I suoi patrocinatori li ha consegnati agli assassini. Non doveva fare altro che risparmiare reb Shmuel il Giudice; non doveva fare altro che soccorrere il vecchio reb Yehuda Leib il Cantore; non doveva fare altro che mantenere in vita reb Baruch il Precettore, Hersh il Saggio, Meilech il Calzolaio; non doveva fare altro che occuparsi di coloro che lo amavano e che credevano in lui, in lui solo… Di chi è la colpa se sono muti? Di chi è la colpa se sono polvere di polvere? Di chi è la colpa se la terra è abitata da degli assassini, soltanto da degli assassini?

 

Nessuno se la sente di difendere Dio: non il taverniere, al quale hanno ucciso moglie e figli e l’hanno costretto a guardare mentre violentavano la figlia nel giorno del matrimonio, conducendola alla pazzia; non il saggio Mendel, il più riflessivo dei tre attori, unico scampato ad un massacro in sinagoga mentre leggeva le promesse della Legge del Signore; non Yankel, costretto a portare sul suo carretto pile di cadaveri parlando col cavallo per non impazzire; e nemmeno Avremel, buffone di professione, scampato ad una strage durante un matrimonio e poi finito a girovagare per i cimiteri, e nemmeno Maria, la serva, testimone degli eventi.

Solo una figura misteriosa, comparsa senza dare nell’occhio, accetta di difendere l’imputato. Il processo può iniziare: rappresentazione scenica durante la festa dei Purim e allo stesso tempo domanda brutale sulla responsabilità di Dio. La recitazione diventa sempre di più un interrogativo appassionato dei personaggi, ognuno con il suo doloroso passato: come può Dio starsene muto di fronte allo sterminio del suo popolo eletto? Di chi è la responsabilità del male che ha segnato così profondamente la giovane Hanna, figlia del taverniere, che ogni tanto compare? Una ragazza quasi eterea che vive nel suo mondo, lontana dalla realtà eppure così vera nelle sue parole. Di fronte a lei tutti ammutoliscono, poiché è esattamente il concretizzarsi del mistero dell’innocente vittima del male: non si può rimanere indifferenti.

 

Mentre Sam, lo straniero misterioso, fa del suo meglio per difendere Dio, giunge notizia del ritorno dei cosacchi. Il processo però è più importante della loro vita e gli attori, assieme al taverniere, decidono di restare e di concluderlo.

La narrazione raggiunge il suo apice proprio nelle ultime pagine: gli assalitori hanno circondato la locanda e Sam, con le sue risposte piene di fede, convince gli astanti dell’imperscrutabilità del disegno di Dio, della fiducia che bisogna accordargli e della finitezza dell’uomo di fronte a questi problemi. Le risposte riecheggiano il libro di Giobbe: chi sei tu, uomo, per mettere il dubbio il mio operato? Eri forse presente quando spiegavo i cieli e fondavo i mari? Di fronte a questa immensità non puoi fare altro che fidarti e sperare. Dopotutto che cos’è la fede se non questo?

Coi cosacchi che sfondano la porta, il saggio Mendel implora Sam di pregare Dio per salvarli:

 

Mendel: Voi siete uno Zaddìk, un Maestro, potete imporre la vostra volontà al destino. Che la vostra volontà si erga come un bastione contro il branco sanguinario. Difensore di Dio, voi avete diritti e privilegi: fatene uso! Per l’amor del cielo, invocate i vostri poteri, e sarete benedetto per sempre! (Sam, dritto e vigile, lascia vagare il suo sguardo tetro sulla scena. Va da un personaggio all’altro per incoraggiarli tutti; si ferma davanti a Maria e tenta di baciarla; lei lo respinge. Allora cerca di baciare Hanna che lo attira a sé; ed è lui che si libera).

Yankel: Non dimentichiamo che stasera è Purim. Mettiamoci le maschere! (I tre giudici se le mettono. Quanto a Sam, tira fuori una maschera dalla tasca e se la infila; e tutti lanciano un grido di terrore: è la maschera del diavolo. Sam emette una lunga risata potente e terrificante).

Sam: E voi mi avete preso per un santo? Un Giusto? Io, un saggio pieno di devozione? Io, un messaggero della fede? Poveri imbecilli! Come siete ciechi! Se soltanto sapeste, se soltanto sapeste... (Satana alza il braccio come per dare un segnale. Nello stesso momento l’ultima candela si spegne e la porta viene sfondata in un fracasso assordante).

 

 

Il libretto offre moltissimi spunti di riflessione e il finale – sorprendente – rivela una grande verità.

Dio sembra essere il grande assente: non parla mai, non compare come un deus ex machina come nel libro di Giobbe e soprattutto ha il peggior difensore possibile. E Dio in tutto questo? Dov’è allora?

La narrazione sembra confermare l’ipotesi di partenza, di un Dio crudele indifferente alla sorte delle sue creature. Eppure, se c’è il diavolo, deve esserci anche Lui. Così è: nella figura di Hanna, l’innocente segnata dal male, vivente in un mondo quasi parallelo e oggetto di profonda compassione da parte di tutti. Solo chi ha portato il peso del male sulle sue spalle può dare una risposta sulla responsabilità di Dio; solo in lei si manifesta il suo mistero, tant’è che il diavolo non ne sopporta il contatto. Il diavolo, il difensore perfetto che riesce a scagionare Dio, a considerarlo estraneo alla sofferenza delle sue creature. Un Dio così non è il Dio cristiano e nemmeno quello di Wiesel, appeso sulla forca assieme al bambino. E qui presente nella figura di Hanna.

 

Nell’occasione della giornata della memoria, questo libretto è una trascrizione del dramma di un popolo, del dramma dell’autore e della domanda che ogni uomo si è posto, in ogni luogo e tempo: e Dio in tutto questo? È lì, risponde Wiesel.

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