Tempo di... Équipe

18.6.2016

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si inform

 

arono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

 

Il brano di vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è un po’ la chiave di lettura della questione dell’equipe educativa. Nella nostra parrocchia abbiamo iniziato a muoverci in questo senso e la strada è ormai tracciata: per questo motivo, dopo aver partecipato assieme ad altre persone agli incontri di formazione dell'UPEE, vorrei condividere un paio di riflessioni che segnano il mio personale punto di arrivo (e quindi anche di partenza). Mi rendo conto che ci sarebbero moltissime cose da dire: ogni considerazione apre ad altre e ogni tematica andrebbe approfondita. Nulla vieta che lo si possa fare: sarebbe bello che questo breve articolo (probabilmente non l’ultimo) e soprattutto l’assemblea parrocchiale di sabato 21 maggio fossero un po’ il trampolino per una riflessione comunitaria sull'argomento. Una riflessione che può tranquillamente nascere da ciascuno di noi…

 

La premessa – obbligata – l’abbiamo sentita più volte in questi mesi: è cambiato il modello di chiesa. Dal concilio Vaticano II in poi la chiesa non può più essere compresa come una società gerarchica formata da consacrati e non consacrati: Papa, vescovi, presbiteri, diaconi, ordini religiosi e infine i laici, troppo spesso definiti per ciò che non erano piuttosto che per ciò che sono. Vedere la chiesa come popolo di Dio pone tutti sulla stessa barca: pari dignità (tutti siamo incamminati verso la medesima meta, dal Papa all'ultimo dei fedeli) con una diversità di funzioni. «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano»: così diceva sant'Agostino nell'anniversario della sua ordinazione. Questa presa di coscienza si è tradotta in un modo diverso di vivere la liturgia e in un modo diverso di partecipare alla vita della chiesa, nella quale l’equipe educativa diventa il prossimo traguardo da raggiungere. Come pensare un oratorio senza la figura del curato?

 

Innanzitutto, che cos'è e cosa non è l’equipe. Non è e non va intesa come una semplice sostituzione del curato, ma deve diventare la punta dell’iceberg di una comunità che sa camminare con le proprie gambe. Oggi il curato, visto sotto il profilo del direttore dell’oratorio, è un prete con l’incarico di tenere insieme e coordinare le varie attività della vita dell’oratorio. Basti pensare per noi i due grandi ambiti nei quali don Gianpaolo è presente: la formalità (i percorsi strutturati quali possono essere ad esempio la catechesi e i gruppi ADO) e l’informalità (bar e tempo libero). Ognuno di questi ambiti intercetta i ragazzi in momenti e modalità differenti e ha nel curato la sintesi e la figura di riferimento. Quando mancherà questa figura la comunità sarà di fronte a un bivio: cercare un sostituto e continuare come prima oppure farsi carico in modo diverso (e quindi nuovo) della stessa vita comunitaria. Dal garantire la presenza in oratorio per un periodo di tempo ben definito (una o più ore a settimana in un determinato giorno) si deve riuscire a vedere la comunità nel suo complesso. Nella maggior parte dei casi il tempo impiegato sarà probabilmente lo stesso, ma il modo di abitare l’oratorio sarà diverso. Abitare l’oratorio, e non semplicemente frequentarlo. L’equipe educativa vorrebbe essere questo: un gruppo di persone che si fa carico della gestione – anche operativa – della vita d’oratorio, elaborando delle linee guida, tenendo le fila dei vari gruppi e mettendoli nelle condizioni di potersi esprimere all'interno della comunità. Se però il ruolo dev'essere quello del coordinamento va da sé che presuppone una comunità viva, che non si trascina semplicemente ma che sa camminare con le proprie gambe.

 

È una questione di stile, di metodo e di cambiamento di mentalità. Gli incontri dell'UPEE sono stati momenti di condivisione e di confronto pratico con altre realtà diocesane, e questa cosa – che pure può sembrare tempo perso – col senno di poi è stato il cuore della formazione: solo vivendo l’oratorio e mettendosi in gioco si può fare davvero qualcosa. Lo stile, il metodo e il cambiamento di mentalità sono state le cose che Gesù ha insegnato ai discepoli in quella situazione: non aspettare che faccia tutto lui o che arrivi qualcuno a risolvere la questione al posto suo, ma reinventare quel che si ha in modo nuovo. È la sfida – bellissima – che attende la nostra comunità di Loreto.

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