L'«evento linguistico» dell’Amoris Laetitia

30.4.2016

È difficile dire in poche parole le novità che l’Amoris Laetitia porta con sé. Il cardinale Schönborn, nella sua presentazione, definisce innanzitutto questa esortazione un «evento linguistico». Come mai?

 

Non si può non notare innanzitutto il fatto che questo Papa “scrive come parla” anche in documenti ufficiali. Lo stile che pervade questo scritto è semplice, spontaneo, diretto: si ha l’impressione di trovarsi di fronte non a un testo ieratico bensì in dialogo con quel Papa che ci ha abituati alla sua semplicità. La spontaneità e la trasparenza sono le prime caratteristiche che mi sento di poter attribuire all’Amoris Laetitia: la si può leggere agevolmente, senza aver paura di immergersi in uno di quei documenti magisteriali che richiedono competenze specifiche e una buona dose di pazienza e tenacia per poter arrivare fino in fondo.

 

Il motivo principale è tuttavia un altro. Per usare sempre le parole del cardinale, «qualcosa è cambiato nel discorso ecclesiale». Senza voler giocare alla contrapposizione, è innegabile notare come i documenti precedenti insistevano molto, a livello di orientamento globale, sui doveri dei coniugi cristiani nei confronti della chiesa e del mondo. A titolo di esempio si può prendere la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II (1981), l’ultima esortazione apostolica dedicata al tema della famiglia e con la quale l’Amoris Laetitia si pone in dialogo sia per la continuità e sia per la grande quantità di riferimenti presenti. In questo documento, dopo una prima parte sull’analisi storica del momento e una seconda parte sulle considerazioni teologiche del matrimonio, si arriva ad un capitolo dove si tratteggiano i compiti etici dei coniugi e delle famiglie: vivere la propria realtà secondo la legge dell’amore, servire la vita, partecipare allo sviluppo della società e alla missione della chiesa. Tutto questo ovviamente nel caso di matrimoni “regolari”: sebbene questa esortazione abbia una prospettiva pastorale è innegabile che tra le famiglie sia stata recepita come “discriminante” tra i casi regolari e quelli irregolari, tra le famiglie “a posto” e quelle non meritevoli, tra quelle che pur con mille colpe possono accostarsi all’eucaristia e chi – con sofferenza – non può. Leggendo tutto questo, spesso la domanda è uguale per molti: ma io sono in grado di fare tutte queste cose? Si può correre il rischio di rimanere disorientati leggendo a quale altissimo ideale è chiamata la famiglia cristiana; e anzi, se non si riesce a corrispondere a questo ideale si è un po’ considerati una famiglia di serie B. Naturalmente il discorso non va inteso come applicabile solo alla Familiaris Consortio come se fosse una sorta di capro espiatorio, bensì anche a tutto quel mondo che – sicuramente con ottimi propositi – propone un ideale del matrimonio immediatamente identificato con la croce di Cristo, grado più alto del dono totale e incondizionato di sé nei confronti di tutti.

Il punto di partenza dell’Amoris Laetitia è proprio questo:

 

Dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica. D’altra parte, spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere della procreazione. Né abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni, con proposte adatte ai loro orari, ai loro linguaggi, alle loro preoccupazioni più concrete. Altre volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle. (AL 36-37)

 

Per tornare a Schönborn, Francesco vuole superare la distinzione regolare-irregolare a favore di uno sguardo inclusivo e accogliente per ogni realtà famigliare. E sorprende che tanti sedicenti difensori della fede cattolica in questo periodo abbiano scritto fiumi di inchiostro lamentandosi della fine della famiglia, salutando questa esortazione come la “familiaris divorzio”, dando dell’eretico a Francesco e via dicendo. Il discorso è complesso e richiederebbe altro spazio, ma probabilmente queste persone non hanno mai preso sul serio il vangelo e sicuramente non hanno mai letto il documento in questione (a parte i punti critici sui divorziati risposati, la cui conoscenza è necessaria per poter scrivere i loro impegnati editoriali).

 

L’invito è quello di leggere questa bellissima esortazione. Lo sguardo dev’essere quello di chi vede nelle famiglie «non un problema ma un’opportunità» (AL 7): non un caso da inquadrare nelle etichette della casistica per decidere se possono o non possono fare determinate cose e per emettere un giudizio morale nei loro confronti: sono delle persone i cui precedenti altissimi ideali non vanno eliminati, ma vanno presi come punto di arrivo da guadagnare ogni giorno e non semplicemente come un punto di partenza acquisito.

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