Il sinodo dei vescovi: alla riscoperta della famiglia

29.10.2015

Terminato il sinodo dei vescovi sulla famiglia è ormai tempo di bilanci, per quanto sia possibile. In particolare vorrei aiutare a far comprendere come mai questo evento abbia avuto un’eco così grande, sia all’interno della chiesa che nel mondo laico.

In questi mesi si sono susseguite voci contrastanti: da una parte sedicenti difensori della fede cattolica hanno scritto fiumi d’inchiostro paventando una rovina della chiesa, sforzandosi di dimostrare come da tempo Francesco stia trascinando la “sana dottrina” nell’abisso; dall’altra il mondo laico contemporaneo stava quasi a guardare il Papa, cercando aperture soprattutto su omosessuali e divorziati risposati.

 

Come mai un sinodo ha avuto all’improvviso un’importanza così grande? Cosa c’è di diverso rispetto ai sinodi precedenti? A mio avviso la sua particolarità va ricercata nel fatto che per la prima volta il discorso teologico sia entrato nel campo di una realtà – quella della famiglia – a lungo tempo considerata da un punto di vista incompleto.

Si può parlare di famiglia cristiana quando i due sposi si uniscono nel vincolo del matrimonio, che è uno dei sette sacramenti; la sua particolarità rispetto agli altri è che è l’unico sacramento definito “naturale”, vale a dire in un certo qual modo corrispondente alla “natura” dell’uomo, a quella natura che ha in sé la ricerca di una persona con la quale condividere la propria vita in un’ottica che includa anche la disponibilità a mettere al mondo dei figli. Questa considerazione ha trovato la sua formulazione nel codice di diritto canonico, quando dice che «tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che non sia per ciò stesso sacramento» (1).

È un’affermazione sicuramente impegnativa: l’unione di due battezzati nel matrimonio, fosse anche soltanto civile, è già di per sé un sacramento. Vale la pena ricordare che nel matrimonio i ministri sono gli sposi, non il prete: per questo ogni matrimonio fondato su un consenso libero da parte degli sposi ha dignità sacramentale.

 

Per cercare di fare ordine la canonistica ha stabilito quali devono essere le condizioni per far sì che un matrimonio sia valido e ha regolamentato gli atti della celebrazione: così per lungo tempo la riflessione sul matrimonio (e di conseguenza sulla famiglia) è stata praticamente di appannaggio della legislazione sul sacramento. Con il concilio Vaticano II si è fatta strada la consapevolezza che il matrimonio è per l’appunto un sacramento, e come tale merita un’attenzione che coinvolga anche la riflessione teologica. Non che prima questo aspetto fosse completamente assente: semplicemente non era stato sviluppato abbastanza. Il concilio parlò del matrimonio come di un “patto” e non più come di un “contratto”: quest’ultimo venne assorbito in una dimensione più ampia, che esplicitava ulteriormente il valore teologico del matrimonio. Il primo grande interrogativo che la teologia rivolse a questo sacramento è contenuto nella lettera del 1994 che l’allora prefetto Joseph Ratzinger scrisse per rispondere ad alcune obiezioni circa la ricezione della comunione da parte dei divorziati risposati. Tra le varie cose il futuro Papa si domandava: «Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.

Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti – battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è “ipso facto” un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale “valido” fra battezzati è allo stesso tempo sacramento. All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di “non fede” abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi».

Dopo aver ribadito l’indissolubilità del matrimonio Ratzinger presentava un problema spinoso: se il matrimonio è un sacramento, e se la fede è una dimensione costitutiva e fondamentale di ogni sacramento, cosa succede quando due battezzati non credenti si sposano? Celebrano un sacramento? Sembrerebbe di no: la lettera lascia però l’interrogativo aperto. (2)

 

Il matrimonio e dunque la famiglia cominciano a essere visti nella loro complessità. I due motu proprio di Francesco che snelliscono le procedure di nullità matrimoniale includono proprio la mancanza di fede nel momento della celebrazione del matrimonio: non può essere un sacramento se manca la fede dell’uomo. Per questo motivo il sinodo ha avuto un compito veramente difficile: riflettere su una dimensione che veniva per così dire riscoperta. Non si poteva incasellare la famiglia in un sistema di norme universalmente valide e pretendere che bastasse questo: bisognava farsi carico di una realtà che è sacramento, e dunque inclusa nel piano di Dio, e che ha al centro delle persone. Queste rivalutazioni hanno così preoccupato all’inverosimile una parte del mondo cattolico, e dall’altra hanno creato aspettative esagerate in chi si attendeva un totale sovvertimento della prassi. Ciò che ha prodotto il sinodo sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

 

***

 

  1. CIC 1055, §2.

  2. Nel 2005, da Papa, Ratzinger tornò sulla questione e disse: «particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito».

Please reload

Articoli Importanti

Il sinodo dei giovani - parte 2

5.11.2018

1/7
Please reload

Ultimi Articoli
Please reload

Archivio
Please reload

Ricerca per Tag