Sindone 2015: l'Amore più grande

23.3.2015

 

 

In occasione del bicentenario della nascita di don Bosco, fondatore dell’oratorio per come lo viviamo nella nostra realtà, la diocesi di Torino ha concesso l’ostensione straordinaria della Sindone. Tutti noi sappiamo di cosa si parla quando la sentiamo nominare… eppure esiste anche parecchia confusione attorno al tema. Cos’è la Sindone? Per qualcuno è la prova della resurrezione di Gesù; per altri è un falso medievale; altri non si sono nemmeno posti il problema. In preparazione al pellegrinaggio a Torino la nostra parrocchia organizza una serata di presentazione per far chiarezza sull’argomento (la data è ancora da definire). Innanzitutto una premessa: bisogna evitare ogni forma di estremismo, sia quello razionalista che quello fideista. Per noi che crediamo, la Sindone non è la prova della resurrezione di Gesù e non è nemmeno un falso medievale da liquidare semplicisticamente. È qualcosa che sta nel mezzo e al tempo stesso va oltre queste gabbie concettuali: la Sindone è un segno.

Nel linguaggio teologico il segno è una realtà che indica una direzione, un po’ come i cartelli stradali: i miracoli di Gesù, ad esempio, non sono una prova della sua divinità. Nei vangeli il binomio “miracolo-conversione” non è affatto automatico proprio perché il miracolo presuppone la fede dell’uomo: se uno non crede, Gesù ha le mani legate e non può fare nulla (Mc 6,1-6). Il miracolo non ti obbliga a credere: ti invita a credere. Così è per la Sindone. Non obbliga a credere ma al tempo stesso, davanti a quell’immagine impressa, fa nascere nel cuore dell’uomo una domanda su se stesso e su Dio. È un segno, rimandando a qualcosa di più grande.

È curioso notare come nei vangeli canonici la resurrezione non sia mai raccontata. La storia di Gesù finisce con la deposizione nel sepolcro e riprende con le apparizioni del Risorto: tra i due c’è una continuità perché il Risorto è quel Gesù crocifisso, ma dal venerdì alla domenica i vangeli tacciono, non dicono una parola. È il silenzio del sabato santo. Colmare questo vuoto sarà un’esigenza dei cosiddetti vangeli apocrifi, dove si possono leggere descrizioni grandiose di angeli che scendono dall’alto per portar fuori dal sepolcro un uomo con la testa che oltrepassa i cieli, seguito da una croce splendente. La liturgia cattolica invece ha conservato questo aspetto del silenzio, della contemplazione, del mistero che non può essere descritto perché è una realtà che va oltre le capacità umane. Nell’Exultet, il grande testo della veglia pasquale, l’unico testimone della resurrezione è la notte. O notte veramente beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora nella quale Cristo è risorto dagli inferi! È il silenzio in cui l’uomo dorme e Dio agisce: dalla creazione della donna da una costola di Adamo dormiente fino alla nascita di Gesù, di notte, in una mangiatoia. Così anche per la resurrezione.

Giovanni racconta che il discepolo amato, correndo al sepolcro, «vide e credette» (Gv 20,8). Non ci viene detto cosa vide: l’evangelista si sofferma sulle bende e sul sudario. Guardandole, è scattato qualcosa che ha portato il discepolo a credere anche senza aver visto il Risorto. È questo il valore del segno. È con questa predisposizione che noi vogliamo guardare alla Sindone. Tutte le immagini e i dipinti non provocano in noi quella sensazione che ci dà quel telo: lì la curiosità diventa domanda, domanda dell’uomo e domanda di Dio. Davanti alla Sindone siamo riportati indietro in quella notte di duemila anni fa e siamo condotti alla presenza di Qualcuno di grande. Prendendola seriamente, non la si può guardare solo con l’interesse accademico dello studioso o con la curiosità del turista, così come non si possono leggere i vangeli come se fossero una semplice storia. E così come noi interroghiamo i vangeli e ci facciamo interrogare da loro, allo stesso modo contemplando la Sindone domandiamo e ci sentiamo domandare. Ci rendiamo conto che osservando quel volto siamo rimandati ad una realtà più grande, a quella realtà che è da sempre la grande domanda dell’uomo: Dio. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).

La Sindone allora può essere un’occasione per tutti noi per tornare al cuore della fede cristiana. L’invito è ovviamente quello di partecipare all’incontro per poter andare a Torino con le domande giuste da rivolgere a quel testimone silenzioso…

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